Manifesto Politico

Dopo la tempesta l’arcobaleno

Anche questo anno volevamo essere nelle strade, occupare con i corpi lo spazio pubblico aprendo ampi varchi alla libertà e all’agio per ognuno e ognuna di essere se stessi insieme agli altri. Il significato del Pride è anche questo, la migliore risposta che possiamo dare agli infelici odiatori di qualsiasi cosa che non siano loro stessi, a chi vuole una società a sua immagine e somiglianza, piccola e meschina, paurosa e ragliante.

Noi siamo donne, lesbiche, gay, transessuali. Siamo maschi effeminati, siamo femmine arrabbiate, siamo maschi con le borchie e i perizoma, siamo lesbiche furiose, siamo creature di mezzo e di meraviglia. Siamo femmine che decidono, siamo maschi che piangono, siamo genitori imprecisi, siamo gente fluida perché è la vita che scorre in questo modo.

È questo che siamo e anche altro.

Le bambine e i bambini ci guardano, è verissimo: sta a noi mostrare loro la bellezza di un mondo vasto e colorato, che non finisce sulla soglia di casa propria. Sta a noi aiutarli a diventare adulti felici e sicuri, consapevoli dei propri desideri e rispettosi di quelli altrui.

Il Covid-19 ha rivelato che siamo tutte e tutti interconnessi, in relazione ma non eguali.

Tanti, troppi in questa pandemia sono stati lasciati indietro, sole/i: persone anziane; donne con il carico della cura e del lavoro; lavoratori e lavoratrici che da invisibili sono diventati essenziali ma hanno visto aumentare unicamente lo sfrutttamento e non sicurezza e diritti; altri altre che hanno perso reddito senza accedere ad alcun ammortizzatore sociale; migranti regolarizzati il minimo solo per soddisfare i bisogni dei consumatori italiani; bambine/i e studenti dimenticate e dimenticati dalle istituzioni senza alcun progetto didattico ed educativo per riportarli presto a scuola e alla socializzazione.

Abbiamo detto che nulla sarà più come prima. Il nostro modo di vivere, di lavorare, di stare insieme e fare comunità non potrà non tenere conto di questa lezione. Tutti e tutte abbiamo ascoltato queste profezie, questi ragionamenti e qualche volta abbiamo avuto voglia di crederci. Abbiamo vissuto esperienze di mutuo aiuto, di connessione, di comunità: il distanziamento fisico ha fatto sperimentare a tutti cosa significa non poter stare insieme, scambiarsi gesti affettuosi, tenersi per mano… una realtà che per tante persone lgbti c’era già prima e non terminerà con la fine della pandemia.

Abbiamo anche detto che nulla dovrà essere più come prima. Che non vogliamo tornare alla normalità di prima, perché è proprio ciò che ha causato la pandemia e mostrato l’inadeguatezza a fronteggiare le inequità tra popoli e persone nei differenti Stati del pianeta.

Con la fase 2 abbiamo anche assistito ad un crescendo di aggressività da parte di improvvisati vigilantes e delatori. La povertà, l’incertezza del presente e la paura del futuro fomentano le reazioni di odio, per questo è necessario continuare ad esercitare e diffondere l’antifascismo dei sentimenti, con sguardo critico e autocritico verso ogni forma di discriminazione e asimmetria di potere che affondi le sue radici nel patriarcato.

Abbiamo sempre contestato chi pensando di essere tollerante ci diceva “fate i gay a casa vostra”, come abbiamo contestato l’idea di libertà che finisce quando incontra quella altrui, e proprio il lockdown ci ha fatto vivere in questa condizione di chiusura, invisibilità e impossibilità di partecipazione nello spazio comune. Perché non esiste libertà se non è agita con gli altri, le altre; se non è incontro, conoscenza, cambiamento. Se non c’è un terreno comune, un contesto in cui le nostre vite diverse si possano incontrare, viene a mancare l’idea stessa di società.

Il distanziamento fisico, strumento di autoprotezione della salute di comunità, non deve quindi trasformarsi in distanziamento sociale, non deve allontanare tra loro le persone e bloccare la capacità collettiva di pensare un mondo migliore e di realizzare esperienze positive di cambiamento.

Mentre stiamo organizzando il Liguria Pride 2020, nel sesto anno consecutivo, il mondo sta rispondendo all’ennesimo crimine razzista, con manifestazioni in tante città ma con un grido comune “I can’t breathe!“. Sit-in e cortei con mascherine e il metro di distanza non solo nelle città degli Stati Uniti, ma anche in tutta Europa per dire che black lives matter. Questo slogan è anche nostro, perché il movimento lgbti+ è un movimento inclusivo, che sta imparando a guardare a tutte le identità senza rigidità, gerarchie e pregiudizi.

Un Pride è infatti orgoglio per quello che si è nel rispetto di sé, degli altri e delle altre. Ma è anche festa nonostante in origine sia nato dalla rivolta. Per questo la parata festosa non ci pare compatibile con il distanziamento fisico e la dovuta attenzione verso la salute di comunità.

Tuttavia non vogliamo fare un Pride chiuso nella casa di ognuno, ma vogliamo fare arrivare le piazze a portata di tutti e tutte. La sfida è quella di costruire connessioni, possibilità di partecipazione, presenza diffusa nella città, durante una settimana di appuntamenti del Liguria Pride Village a partire dal 15 giugno che culminerà con la Parata Live di sabato 20 giugno.

Un banchetto in presenza ai Giardini Luzzati per tutta la settimana del Village, le finestre colorate nei sei colori della bandiera rainbow, il percorso della Parata in una decina di angoli cittadini da cui trasmettere, e le dirette da poter seguire sui social da ovunque basta avere uno smartphone o un tablet. E online 13 appuntamenti per fare formazione, salotto, intrattenimento.

Ci saremo, come l’arcobaleno dopo la tempesta.